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PASQUA A URBINO 2026_Urbino Divino Giardino

4-5-6 aprile / 25-26 aprile, orario 10.30-13.00/14.30-17.00

È un percorso tematico che attraversa alcuni dei luoghi più significativi della città, raccontati attraverso i fiori raffigurati nelle opere d’arte. Rose, tulipani, acanto e garofani accompagnano il visitatore alla scoperta di tele e tavole dipinte, di affreschi, sculture, manoscritti, arredi liturgici, svelando i significati simbolici che acquistano nei contesti delle Chiese e Oratori, in cui sono conservati.

L’itinerario si snoda quindi in alcuni dei maggiori edifici religiosi del centro storico, alcuni dei quali aperti solo per questa particolare occasione, l’Oratorio di Santa Croce e la Chiesa di San Sergio, veri e propri scrigni preziosi, capaci di narrare la storia della città di Urbino e della comunità che la abita.

Il Museo diocesano Albani si configura come un’estensione del percorso cittadino, presentando al suo interno un itinerario su fiori, piante e frutti, fruibile con il solo biglietto di ingresso, dal 2 al 7 aprile e i fine settimana del mese.

L’iniziativa è realizzata dal Comune di Urbino, che si avvale della progettazione dell’Arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, in collaborazione con la Pro Urbino.

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Sala IV

1. Aquilegia nella parte inferiore dell’opera

Natività e Santi, Benedetto Coda (1492 ca. - 1535), olio su tavola

L’OPERA L’opera, oggi esposta nel Museo Albani, si trovava nella quarta cappella a sinistra del vecchio duomo, dedicata a San Biagio, concessa nel 1526 al nobile urbinate Girolamo Odasi per realizzare un dipinto in onore di san Vincenzo, con la clausola che venisse rappresentato anche il santo titolare, di cui l’altare non perse il patronato. Un tempo attribuito a Timoteo Viti, il dipinto racconta la sacra Famiglia, l’adorazione dei Santi Biagio e Vincenzo, come del pastore raffigurato in posizione più defilata rispetto agli altri astanti, mentre sullo sfondo di paesaggio e paese, si svolge l’annuncio dell’angelo, proprio ai pastori. Complessa la costruzione simbolica del dipinto, tutta giocata, in particolare nella parte inferiore, nel dialogo fra gli attributi iconografici dei due santi martiri e il Cristo, disteso e dormiente sulla pietra del sepolcro, avvolto nel sudario bianco e nel manto rosso del re sacerdote. La Vergine, posta al centro, con la sua gestualità, costruisce il trait d’union fra il bambino e il cielo, che si squarcia nel canto di Gloria in excelsis Deo.

IL FIORE: Aquilegia Il nome latino aquilegium (recipiente d’acqua) si riferisce alla caratteristica di questo fiore di trattenere sulle proprie foglie gocce di rugiada, peculiarità che la avvicina ai significati intimi della rigenerazione dell'uomo nel battesimo di Cristo. Per questo, simboleggia anche il Corpo di Cristo, "l’Eucaristia". Infatti Gesù non solo è vita, ma è anche farmaco spirituale che protegge ogni credente dal male e deterge con la sua rugiada di grazia le asperità e il fuoco di ogni passione controversa che porta l’uomo al male.

Nella tradizione biblica, questo fiore è legat alla dimensione del martirio; in questo contesto è simbolo della passione di Cristo e della Passio Christi: Cristo è infatti disteso sulla pietra del sepolcro, l'incarnazione è per la redenzione del mondo.

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Sala IV

2. Arancio nell’opera

Madonna con Bambino e i Santi Nicola di Bari, Maddalena, Marta e Antonio Abate, artista urbinate attivo nei primi decenni del XVI secolo, olio su tela

L’OPERA Il dipinto era collocato sul primo altare della navata sinistra fino al 1616, anno in cui venne sostituito e successivamente collocato in sacrestia. la tela è riferita a Timoteo Viti fin dalle fonti più antiche, nonostante se ne riconosca una qualità discontinua rispetto ad altre prove del maestro. Il dipinto presenta la Madonna in trono con Bambino tra i quattro Santi Nicola di Bari, Maddalena, Marta e Antonio Abate, all’interno di una struttura architettonica costruita su più piani, con incongruenze spaziali rispetto ad una costruzione prospettica matematica. Si è recentemente proposto di legare la tela ad un piccolo gruppo di opere, da considerare uscite dalla bottega di un artista attivo ad Urbino nei primi decenni del XVI secolo, tra cui Madonna con Bambino fra i Santi Celestino V, Biagio e committente, un tempo nella chiesa urbinate di S. Pier Celestino, e Madonna con Bambino, i Santi Sebastiano e Rocco, una figura femminile e un committente. Queste tre opere mostrano una stessa modalità di comporre l’immagine, con una prospettiva ancora intuitiva, viste le numerose incongruenze, determinate dall’assenza di un unico punto di fuga. Il pittore è aggiornato sui modelli urbinati che circolavano nell’ambiente di corte, in particolare di Timoteo Viti, ma anche Giovanni Santi e Girolamo Genga, a cui l’artista chiaramente si riferisce, senza riuscirne a comprenderne davvero le cifre stilistiche, legato a codici figurativi propri del linguaggio popolare, e alla devozione, ma soffermandosi su citazioni di singoli

brani e cercando di imitarne l’atmosfera. Il mondo di questo pittore è caratterizzato da un interesse per dettagli preziosi, inserti raffinati ed elementi dal carattere narrativo, mostrando la conoscenza

degli illustri esempi fiamminghi, ancora una volta mediati dalle botteghe urbinati. Si considerino le acconciature femminili, il taglio di barbe e capelli, i gioielli, le stoffe preziosissime con ricami figurati, ad esempio sui piviali.

 

IL FRUTTO: Arancio È una pianta che proviene dall’Estremo Oriente, partecipe di molti significati: dall’amore fedele, alla generosità, ai frutti del Paradiso. Nell’Antico testamento, i Salmi lo descrivono come albero che rappresenta l’uomo e le cui fronde non seccano e non cadono mai. Tra i sempre verdi, l’arancio rappresenta la dolcezza e la grazia del Dono di Dio, la rappresentazione del Paradiso, l’avvento di Dio sulla terra. L’arancio non solo può identificarsi in quella pianta del "Bene e del Male" secondo le tradizioni rabbiniche, ma ancor più esplica la simbologia del dono della redenzione dell’uomo dopo la Passione del Cristo: questo frutto, in numerosi dipinti e stucchi rinascimentali, viene rappresentato nelle mani di Gesù invece della mela. I suoi fiori bianchi che indicano castità e purezza, non solo si riferiscono agli attributi della sposa, alla sua verginità, ma anche all’immacolato candore dell’agnello che muore e si sacrifica perché l’uomo divenga frutto dolce, secondo il desiderio di Dio Padre. Il simbolo dell’arancio in una delle sue accezioni spiega l'eucaristia come dono di rigenerazione grazie alla redenzione del Cristo che, dopo la passione, ha riscattato tutta l’umanità rendendola nuovamente pura.

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Sala IV

3. Cardo nel ricamo del piviale di Papa Celestino V, nell’opera Madonna con Bambino fra i Santi Celestino V, Biagio e il committente, artista urbinate attivo nei primi decenni del XVI secolo, 1548 ?, olio su tela

L’OPERA Nel dipinto di San Pier Celestino, il trono della Vergine si anima di leoni spettinati, mentre nella parte anteriore, la testina alata entro ghirlanda, su cornice di foglie d’acanto, riprende la decorazione scultorea di Palazzo ducale o pittorica dell’alcova; il piedino di Gesù bambino poggia su quello della Madonna, dettaglio che conferisce vivacità alla scena e ne accentua il lessico popolare.

 

IL FIORE: Cardo Il cardo, come molte piante spinose, ha acquisito nell’arte cristiana non solo il simbolo della sofferenza di Cristo nella Passione o dei martiri, ma soprattutto spiega la redenzione passando attraverso le tribolazioni della vita (Gn 3, 18). Il cardo benedetto (cnicus benedictus) è un’antica pianta medicinale; veniva utilizzata per le malattie interne, perché si riteneva che, pur amaro alla bocca, portava cura allo stomaco; dunque la sua analogia con la parola di Dio, che suona dura agli orecchi, ma porta vita all’anima.

Questo fiore è chiamato anche cardo mariano; si narra, infatti, che durante la fuga in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode, la Madonna si fermò per allattare il Bambino Gesù ed alcune gocce del suo latte caddero sulle foglie del cardo, lasciando delle striature bianche che caratterizzano la pianta. 

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Sala V

4. Giglio nella mano dell’angelo nell'opera

Madonna con Bambino tra angeli adoranti, scuola di Lorenzo di Credi, secc. XV/XVI, olio su tavola

L’OPERA La tavola propone un tema assai diffuso nell’arte, Madonna con Gesù Bambino e due angeli, con il quale si raffigura il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo nel seno della Vergine Maria: il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 1.18). Il formato del supporto pittorico, il cerchio, è simbolo della perfezione, della divinità come origine, dell’eternità e si riscontra in molteplici dipinti realizzati con questi contorni, tra cui spicca l’opera di Giovanni Antonio Sogliani, Madonna con Bambino e angeli (1510, Roma, Musei Capitolini), pittore attivo per venticinque anni nella bottega di Lorenzo di Credi, al cui ambito, come detto, è attribuito il tondo di Urbino. Non si può non sottolineare in entrambe le opere, la presenza degli stessi protagonisti, parimenti raffigurati sullo spazio circolare di pressocché identiche dimensioni. La scelta dei colori nella resa della Madonna rispetta i canoni che prevedono il rosso dell’umanità nella veste e il blu della divinità nel manto, in questo caso foderato di verde: il rosso predominante sfuma nel rosa dell’angelo a destra, con le mani giunte in preghiera, per accendersi nel corrispettivo a sinistra, recante il giglio, fiore simbolo della castità e dell’annuncio alla Vergine Maria.

Del pittore non si conosce il nome e l’epiteto di Crocchia o Crocicchia presente nella bibliografia, deriva “forse” dal luogo di provenienza della tavola, una parrocchia a tre chilometri da Urbino, crocevia nell’antica strada, che collega Urbino a Fermignano, dove nel 1545 sorse il primo insediamento dei Frati Cappuccini nell’urbinate, la prima ubicazione del tondo.

L’opera del Museo Albani, contenuta entro un’elaborata cornice lignea intagliata e dorata con ricco festone di foglie e frutti, si inserisce nella tradizione dei dipinti circolari iniziata nella Firenze del XV secolo per proseguire in seguito; in particolare in ambito domestico, era diffuso un vassoio cerimoniale di legno dipinto su entrambi i lati, usato per consegnare i regali o per recare i pasti alle puerpere, il cosiddetto desco da parto.

IL FIORE: Giglio Nell'opera l'angelo sostiene il giglio e il riferimento è al Vangelo, all'Annuncio dell'Arcangelo a Maria, che diviene Madre di Dio. In questo senso viene ripresa la tradizione ebraica, secondo la quale il giglio è segno di bellezza e regalità. 

Nei paramenti sacri, nelle vesti e nei decori delle tovaglie d'altare per le celebrazioni liturgiche è spesso associato al grano e all’uva e diviene allegoria di bellezza e di fecondità per l’uomo che vive nella grazia in comunione con Cristo. 

I FIORI Dall'analisi del tondo e dei dettagli delle corone poste sul capo dei due angeli, si possono identificare dei piccoli fiori bianchi e rosati che, per la loro forma e per la simbologia tipica del periodo, sono riconducibili a due varietà specifiche:

Rose selvatiche (o rosette) nelle corone degli angeli

Sono i fiori più evidenti, con piccoli petali aperti. Come indicato nei testi che hai caricato precedentemente, la rosa è un simbolo cardine legato al sangue di Cristo e all'amore celeste.

Gelsomini o piccoli fiori bianchi: Spesso intrecciati alle rose nelle corone angeliche rinascimentali, simboleggiano la purezza e la grazia divina.

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Sala V

5. Mirto nell'opera 

Madonna con Bambino, i Santi Pietro e Paolo e il donatore, Battista Franco, 1544-1546 olio su tavola

L’OPERA La pala fu dipinta per la Cattedrale di Urbino su lascito testamentario del sacerdote don Pietro Benedetti, rogato il 25 agosto 1544, in cui si stabiliva la sepoltura presso l’altare dedicato ai santi Pietro e Paolo. Il dipinto è tradizionalmente attribuito a Battista Franco, pittore manierista che ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo artistico della città ducale dei decenni centrali del XVI secolo. La datazione dell’opera è oramai attestata al 1544-1546, all’inizio della vicenda urbinate del pittore veneto ed in contemporanea con la realizzazione degli affreschi nell’abside della stessa cattedrale, oggi perduti tranne i lacerti conservati nello stesso Museo Albani, per l’attenzione al modello michelangiolesco, ma anche all’esempio di Raffaello Sanzio.

La Madonna è assimilata alla Madre chiesa, che custodisce e, allo stesso tempo svela la nudità di Cristo, vero dio e vero uomo, offerta per l’umanità; il finissimo velo trasparente scostato dalla Madonna è certamente reminiscenza raffaellesca e i garofani rossi stretti fra le mani del bambino sono prefigurazione della passione di Cristo e segno del matrimonio mistico tra Madre e Figlio, tra il Cristo e la sua Chiesa. Pietro e Paolo costituiscono l’unica via per la redenzione, che passa attraverso la parola di dio, simboleggiata dai due grandi libri, descritti con minuzia, nella coperta in cuoio, nelle borchie e chiusure in bronzo a forma di valva di conchiglia, nel testo sostenuto da san Paolo. La Madonna e i due santi rivolgono lo sguardo in basso, ai fedeli, e in primis al personaggio orante, il cui volto, evidentemente un ritratto, è stato per sempre eternato nella penitenza e nella preghiera, forse il volto del committente.

IL FIORE Mirto Il Mirto è un albero o un arbusto profumato sempre verde dai fiori bianchi. Gli Ebrei lo ritenevano simbolo "della promessa di salvezza": «invece di ortiche cresceranno mirti; ciò sarà a gloria del Signore, un segno eterno che non scomparirà» (Is.55,13). Questo albero nella cultura ebraica portava il segno della grazia divina, della sua pace e della gioia trasmessa da Dio al popolo. Se la corona d’alloro significava gloria di una vittoria cruenta, la corona di mirto era un simbolo d’eterna pace; infatti era uso presso gli ebrei cingere il capo delle giovani spose di mirto e rose, che era augurio sponsale di felicità e di gioia. Il mirto ha anche un significato legato al candore della verginità.

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Sala VI

6. Giardino fiorito nell’opera

Noli me tangere, Alfonso Patanazzi, seconda metà del XVII secolo, Urbino, Museo diocesano Albani

L’OPERA La tela del pittore urbinate Alfonso Patanazzi (1636-1720) appartiene ad una serie di quattro dipinti della stessa misura, un tempo nell'oratorio di San Pietro Celestino di Urbino. La tela, raffigurante un Noli me tangere, propone un'ambientazione della scena entro lo spazio organizzato di un giardino privato con le sue aiuole ben curate e l'evidente presenza dello stemma della famiglia Bracci, documentata a Pesaro e a Fano, probabilmente responsabile della commissione. Il dipinto del Patanazzi ci immette inoltre in un tema ampio articolato e complesso che riguarda il giardino come spazio, sfondo e contenitore di scene tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento.

IL FIORE: Tulipano Nel contesto della scena del Noli me tangere sono raffigurati sono raffigurati molti tulipani, associati alla bellezza, alla santità e alla grazia. Il tulipano bianco, in particolare, simboleggia l'innocenza, il perdono e la rinascita, rendendolo adatto a contesti spirituali di rinnovamento. In questa opera, che rappresenta un episodio ambientato a seguito della Resurrezione di Cristo, il tulipano, fiore primaverile, simboleggia la vita nuova e la resurrezione, una rinascita dello Spirito.

IL FIORE: Mughetto

Il mughetto che annuncia la primavera, la rinascita, si mette in forte relazione con l’Eucaristia, e la sua figura inclinata suggerisce quella disposizione contemplativa dell’"Adorazione Silenziosa" di Colui che è "verità e vita". Nelle pitture gotiche o tardo medioevali che trattano tematiche sacre questo fiore allude al Figlio Unigenito e la salvezza del mondo da Lui operata.

IL FIORE: Giglio

Anche se nel dipinto i fiori sembrano avere toni caldi, la forma di alcuni steli richiama il giglio.

  • Significato: Simboleggia la purezza di Maria Maddalena dopo il pentimento e la Resurrezione di Cristo.

IL FIORE: Anemone o Papavero (i fiori rossi)

Si notano dei piccoli fiori rossi vicino alla vasca.

  • Significato: Il rosso richiama il sangue di Cristo versato sulla Croce. Spesso, nelle scene del "Noli me Tangere", i fiori rossi spuntano proprio dove il Risorto tocca terra, a indicare che il suo sacrificio ha fatto "fiorire" la vita eterna.

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Sala VI

7. ROSA nel vaso appoggiato sul leggio, nell'opera

Madonna del cucito (Annunciazione), Giovan Battista Urbinelli, olio su tela

L’OPERA Proviene dalla chiesa di S. Paolo di Urbino, insieme all’altra tela con cui fa pendant, Sacra Famiglia (Riposo nella fuga in Egitto). In questo piccolo dipinto, si ritrova quel gusto per il paesaggio e gli sfondi architettonici resi in bianco e nero, particolare anche in altre opere di Giovan Battista Urbinelli cui viene attribuito.

La figura della Vergine è rappresentata al centro della scena, intenta a cucire mentre volge lo sguardo al volumetto aperto sull’alto leggio, in un interno dalle forme ricercate chiuso da un arco. I vivaci colori della veste rosa e del manto azzurro sembrano contrapporsi al monocromo con cui è reso il riquadro in alto a sinistra; qui in realtà si attua il progetto di Dio Padre di inviare l’Arcangelo Gabriele a portare l’annuncio della nascita del Salvatore; entrambe le figure, sospese sulle nubi tra angeli, sono realizzate con grande cura e precisione nel tratto tanto da far pensare ad un’incisione, come è stato osservato.

Al riquadro corrisponde in basso un paesaggio architettonico, a costituire un unico margine alla scena con la Vergine dove è data evidenza a presenze simboliche le quali rafforzano di significati la rappresentazione, come le due colombe bianche sull’angolo sinistro che riportano al passo del Cantico dei Cantici 6,9: «Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta, ella è l’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice». In tal senso, se è vero che l’Annunciazione è palesemente richiamata nella scena a monocromo, il dipinto probabilmente destinato a devozione privata, vuol rappresentare proprio la Madonna nel suo interno domestico dedita al cucito, come didascalicamente recita il tradizionale titolo.

 

IL FIORE: Rosa La rosa è simbolo del sangue versato da Cristo, e dall'Amore Celeste. Già nella prima cristianità attorno a questo fiore è stata costruita una mistica del corpo sofferente, del sangue di Gesù e delle Sue ferite. Nelle Chiese orientali e nella tradizione armena la rosa è ritenuta come "Porta della Vita" legata a Cristo. Nella mistica del Settecento e nell'iconografia relativa il fiore rappresenta il cuore stesso di Gesù, carico delle quattro ferite da cui fluisce il Sangue divino che, per le anime, è nutrimento di vita spirituale.

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Sala VII

8. Fiore di San Giuseppe – Nardo nell’opera

Sposalizio della Vergine con San Giuseppe, Girolamo Cialdieri (Urbino, 1593 – 1680), olio su tela

L’OPERA

Il dipinto è stato realizzato dall’artista urbinate Girolamo Cialdieri, che si colloca tra i pittori barocceschi attivi durante tutto il XVII secolo. La scena si svolge in primo piano ed è ambientata in un tempo ed in uno spazio contemporanei rispetto all’artista, come si evince dall’abbigliamento dei testimoni che sono presenti allo sposalizio di Maria e Giuseppe. L’arco a tutto sesto che inquadra la scena e gli edifici dipinti a punta di pennello del fondo, ricordano le architetture romane.

IL FIORE

Il nardo è legato all’immagine del bastone fiorito di San Giuseppe.

Lo "Sposalizio della Vergine" raffigura il matrimonio tra Maria e Giuseppe, momento chiave tratto dai vangeli apocrifi che simboleggia l'unione sacra e la creazione della Sacra Famiglia. Celebra la castità, l'armonia divina e la divina provvidenza, spesso rappresentata dal miracolo della verga fiorita di Giuseppe. Secondo i Vangeli Apocrifi, Maria, cresciuta nel Tempio, deve scegliere uno sposo. I pretendenti ricevono un bastone secco; quello di Giuseppe fiorisce miracolosamente, indicandolo come la scelta divina. Il matrimonio simboleggia la fondazione della Chiesa e la protezione divina sulla nascita di Gesù.

 Il nardo è quindi il segno miracoloso per indicare Giuseppe come il prescelto da Dio per essere sposo di Maria. Il bastone di nardo allude al simbolo del potere del re, il bastone della regalità. L’importanza del fiore è legata al profumo e al suo olio; viene citato nel Cantico dei Cantici e nei Vangeli come simbolo dell’incommensurabile amore per Dio. Il Cantico dei Cantico (1,12) rappresenta il re, Giuseppe e il giardino, la sua sposa: "Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo". Il medesimo simbolo del fiore e del suo olio è ripreso dal vasetto di unguento con cui la Maddalena va presso il sepolcro di Cristo. Il nardo è quindi il simbolo dell’amore per l’umanità, fino a dare la sua vita per gli uomini.

 

9. ​Rosa nella

Rosa d’oro, sec. XIX, oro

L’OPERA

La Rosa d'Oro è un'insigne onorificenza pontificia, un cespo di rose in oro e pietre preziose benedetto dal Papa, simbolo di Cristo (la rosa), della Sua Passione (le spine) e Risurrezione (l'oro), che esprime benedizione, gratitudine e devozione mariana. Al posto dell’antica Rosa d’oro, di cui il Papa Benedetto XIII (1649-1730) aveva insignito il Capitolo Metropolitani e che fu depredata dai francesi nel 1797, venne rifatta la presente a spese della Sacrestia e con l’assenso di Papa Pio VII (1742-1823).

IL FIORE

Nel Medioevo era sorta la tradizione, che, nella quarta Domenica Laetare di Quaresima detta appunto Rosarum, il pontefice benediceva e consacrava solennemente un ramo fiorito di rose d'oro, emblema del Cristo Risorto. Queste rose, consacrate e benedette, simboleggianti il Corpo di Cristo e la Sua divinità, sarebbero state donate a regnanti e a particolari chiese con cui la Sede di Pietro aveva stretti rapporti. Anche la nostra Chiesa urbinate è stata fregiata dalla benedizione-dono delle rose d'oro ricevute da diversi papi; ne possiamo ammirarne un prezioso esempio nel Museo Albani.

Sala VII

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Sacrestia nuova

10. Rosa e Ciliegia nella

pianeta di parato liturgico ricamato, sec. XVII, tessuto ricamato

L'OPERA La pianeta è un solenne paramento liturgico della Chiesa cattolica, indossato dal sacerdote sopra il camice e la stola durante la celebrazione eucaristica. Simile alla casula, presenta spesso una forma più rigida e accorciata (talvolta detta "a violino" o "a chitarra"), riccamente ricamata e di vari colori liturgici. Il termine deriva dall'antica paenula, un mantello da viaggio romano, e indica la veste che avvolge il sacerdote come una "piccola casa" (casula). Il colore varia in base alla festa liturgica: bianco: per feste, Pasqua, Natale, santi non martiri; rosso: Venerdì Santo, Pentecoste, martiri; verde: Tempo ordinario; viola: Avvento, Quaresima, defunti; oro: Sostituisce i colori più solenni. 

La pianeta è solitamente corredata dalla stola dello stesso colore e decorazione e, nei parati più ricchi, sono presenti anche il manipolo, il velo da calice e la borsa.

FIORI 

Rosa La rosa è simbolo del sangue versato da Cristo, e dall'Amore Celeste. Già nella prima cristianità attorno a questo fiore è stata costruita una mistica del corpo sofferente, del sangue di Gesù e delle Sue ferite. Nelle Chiese orientali e nella tradizione armena la rosa è ritenuta come "Porta della Vita" legata a Cristo. Nella mistica del Settecento e nell'iconografia relativa il fiore rappresenta il cuore stesso di Gesù, carico delle quattro ferite da cui fluisce il Sangue divino che, per le anime, è nutrimento di vita spirituale. In questi due manufatti, le rose alludono alla divina armonia del Giardino del Paradiso, ricomposto grazie al sacrificio di Cristo.

Ciliegia È simbolo del sacrificio eucaristico e del sacrificio di sé. Il frutto del ciliegio rappresenta bene il Cristo nella sua duplice natura (umana e divina) poiché essa si presenta con due frutti uniti e tenuti insieme da due lembi che si congiungono insieme in un sol punto, raffigurante l’unicità della persona di Cristo. La ciliegia è composta da una parte di polpa e da un’altra costituita dal nocciolo, così l’Eucaristia comunica la tenerezza di Dio e la fortezza dello Spirito Santo.

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Sacrestia vecchia

11. Fiori miniati nel manoscritto miniato

Martirio di Sant’Agata, dipinto da Bartolomeo della Gatta, c. 40v, in Antifonario Commune Sanctorum
I FIORI

In questa splendida miniatura rinascimentale dell’ottavo decennio del XV, i fiori che decorano la lettera iniziale e il margine non sono rappresentazioni botaniche realistiche, ma fiori stilizzati di fantasia, tipici del repertorio decorativo tardo-gotico e rinascimentale.

Tuttavia, si possono chiaramente distinguere due tipologie principali che richiamano fiori reali:

Garofano

I fiori più grandi, di colore viola-fucsia con i petali frastagliati, ricordano molto il garofano selvatico (Dianthus).

Anticamente il garofano ha assunto il significato di amore e fedeltà; il fiore che per i suoi semi a forma di piccoli chiodi si lega alla Passione di Cristo, può essere identificato con il sangue di Gesù caduto a terra assumendo una connotazione Eucaristica di amore totale e perennemente fedele: dal sangue del giusto nasce una nuova vita per tutto il mondo. L'Eucaristia così incontra tra i suoi simboli la passione innamorata del garofano che simboleggia il sangue offerto per amore.

Passiflora

La struttura stessa del fiore racconta la passione di Gesù: i viticci rappresentano il flagello; i tre stili rappresentano i chiodi; gli stami ricordano il martello; la raggiera corallina simboleggia la corona di spine posta sul capo di Gesù. La passiflora è utilizzata per dare, pace serenità e alleviare i disturbi nervosi.

Acanto

Le foglie blu e azzurre che si arricciano e formano la struttura della decorazione sono foglie di acanto. È un simbolo classico di resurrezione e vita eterna, molto comune nei codici miniati perché la pianta di acanto è nota per la sua capacità di ricrescere rigogliosa anche dopo essere stata recisa.

Bottoni d'oro Quelli che sembrano piccoli fiori gialli o palline dorate circondate da puntini sono chiamati in gergo tecnico bisanti o punti d'oro. Non rappresentano un fiore specifico, ma servivano a dare preziosità al manoscritto e a riflettere la luce delle candele durante le funzioni liturgiche.

La miniatura all'interno della lettera rappresenta il Martirio di Sant'Agata (si vede il carnefice che usa delle tenaglie sul petto della santa). Per questo motivo, la scelta dei colori rosso/viola dei fiori non è casuale: richiama il sangue del martirio, nobilitato però dall'oro e dall'azzurro della gloria divina.

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Sacrestia vecchia

12. Palma negli affreschi

Santa Barbara e Santa Margherita, Antonio Alberti da Ferrara, III decennio del XV secolo, affresco

L’OPERA

Tra il 1950 ed il 1960 furono scoperti i frammenti di due cicli pittorici affrescati, nell'abside risalenti al XIV secolo, nell'antica cappella a sinistra dell'abside risalenti agli anni venti del XV secolo ed attribuiti ad Antonio Alberti da Ferrara, esponente del Gotico internazionale ad Urbino. I lacerti più significativi sono esposti in questa sacrestia e vi sono raffiguranti Il ritrovamento e l'esaltazione della Croce, Santa BarbaraSanta MargheritaLa GiustiziaLa Maldicenza, alcune Storie di San Tommaso apostolo e alcune storie di Santa Caterina d'Alessandria, poi staccati e trasferiti nelle collezioni del Museo diocesano Albani.

IL FIORE

Nel vicino oriente, la palma veniva assimilata all’albero della vita, a causa delle speciali qualità dell’albero dei datteri; alto, robusto, resistente ai venti e longevo. Si usava in tutto il Mediterraneo antico agitare i rami di palma in segno di vittoria e di gloria, di pace. Questa espressione di esultanza, il popolo di Israele la riservava al re o al profeta o all’eroe: la folla accolse Gesù entrato a Gerusalemme agitando palme (Gv 12,13). Ma le foglie sempre verdi della palma sono immagine simbolica della vita eterna e della risurrezione. I frutti nascosti nel suo cuore, i datteri, che sono dolcissimi, vengono paragonati alla dolcezza infinita dell’Eucaristia e, grazie al suo cibarsene, l’uomo ha la vita eterna. Nell’arte cristiana, i rami e le fronde di palma raffigurano la confermazione gloriosa a Cristo che si offre per amore. La palma diviene titolo di quella condivisione con il Signore dell’entrata a Gerusalemme celeste, il Paradiso con i Santi. Infatti, a tale riguardo l’apocalisse reciterà: «apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani.» (Ap. 7,9). La figura ascendente della palma vuol significare l’elevazione dell’anima verso Dio o, come è rappresentata in un sarcofago del V secolo nel Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna, due agnelli si cibano dei datteri di una palma, eloquente allusione del dono che viene fatto attraverso l'Eucaristia: il "Pane della vita".

Bibliografia

D. Tonti, Simboli, in Iconografie Eucaristiche: testimonianze dall'Arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado, Congresso Eucaristico Diocesano, Urbino 10-17 aprile 2005, pp. 187-221

A. Fucili, Giovan Battista Urbinelli: un pittore del Seicento tra Marche e Romagna, Centro Studi Mazzini 2010

 

A. Cerboni Baiardi, Dal giardino sognato al giardino da sogno. Da Federico a Francesco Maria II, in I giardini del duca: luoghi di delizia dai Montefeltro ai Della Rovere, catalogo della mostra, a cura di A. Cerboni Baiardi, Milano 2018, pp. 11-39, in particolare p. 22

 

Ildegarda di Bingen, Libro delle creature. Differenze sottili delle nature diverse, a cura di A. Campanini, 2011 (2024)

S. Bartolucci, Testimonianze artistiche fino al XVII secolo, in La Cattedrale di Urbino, a cura di D. Tonti con A. Fucili e S. Bartolucci, Macerata Feltria 2025, pp. 76-105

 

A. Fucili; S. Bartolucci, schede in Immagini di maternità. La bellezza della vita che nasce, catalogo della mostra (Urbino 2025), in corso di pubblicazione

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