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MOSTRA
Urbino, Museo Albani

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Alfonso Patanazzi (Urbino, 1636-1720)

San Francesco in preghiera di fronte al Crocifisso

1704

cm 156x110, olio su tela

Il dipinto è stato realizzato da Alfonso Patanazzi nel 1704 per la Chiesa di sant’Agostino di Urbino. Il pittore molto attivo nella zona dell'urbinate, discende da una famiglia di maiolicari, che lavorano nel Ducato roveresco fra XVI e XVII secolo. Alfonso è considerato uno dei più tardi epigoni di Federico Barocci, formatosi anche sull’esempio del veronese Claudio Ridolfi e influenzato dagli accenti caravaggeschi del forsempronese Giovanni Francesco Guerrieri.

Nell’opera in mostra, la figura si staglia monumentale al centro dell’opera, in ginocchio, orante di fronte al Crocifisso piantato nella roccia, in un costrutto iconografico tipico già della retorica di fine Cinquecento, che racconta il dialogo stretto tra Francesco e Cristo. Sulle mani sono dipinti i buchi dei chiodi e nel saio la lacerazione della lancia. L'episodio di San Francesco in preghiera di fronte al crocifisso in una grotta si riferisce principalmente ai suoi ritiri di preghiera e penitenza presso l'Eremo delle Carceri sul Monte Subasio ad Assisi, il cui profilo architettonico è sommariamente descritto sul fondo dell’opera.

Sara Bartolucci

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da Federico Barocci

San Francesco riceve le stimmate

inizi sec. XVII

olio su tela, 124x83 cm

Urbino, Museo diocesano Albani, proveniente da S. Stefano Pieve di Gaifa


La tela proviene dalla chiesa di S. Stefano di Gaifa, da dove viene trasferita in Urbino nel 1961. Nella chiesa di origine, il dipinto è descritto per la prima volta nel 1603 e l’arciprete Bernardi lo commissionò ad un pittore baroccesco che si ispira ad un’opera nota di Federico Barocci, San Francesco riceve le stimmate, 360 x 245 cm, che si conserva a Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche, ma proviene dalla chiesa delle Stimmate detta dei cappuccini, per la quale è stato eseguito negli anni 1594-95, su commissione dello stesso duca Francesco Maria II Della Rovere. La scena si svolge in un paesaggio notturno, nel quale si intravede la chiesa dei Cappuccini, rappresentata anche nell’originale. In primo piano la figura di fra’ Leone, seduto di scorcio, mentre si porta la mano sul capo, abbagliato dalla luce che si effonde dall’alto, dal crocifisso che colpisce San Francesco, in piedi mentre, le braccia allargate, mostra le ferite sulle mani. Il frate posto sullo stesso livello dell’osservatore, è figura di grande rilievo, quasi paritaria con il santo; indicato anche come fra’ Rufino, che poté solo toccare le stimmate dopo la morte di Francesco, è da identificare con fra’ Leone.

Anna Fucili

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Giovan Battista Urbinelli (Urbino, 1605-1663)

Madonna del Carmine e i Santi Francesco d’Assisi, Biagio, Antonio Abate, Antonio da Padova

secono decennio sec. XVII, olio su tela cm 225x168

Il dipinto è descritto nel 1718 come opera di Urbinelli, pittore urbinate considerato uno degli ultimi epigoni di Federico Barocci. Sembra trattarsi di una delle ultime opere del pittore destinata in seguito all'altare del Carmine, nella parete sinistra dell'antica Pieve di Pietro in Maciolla, nei pressi di Urbino, pertinente alla compagnia di tal nome sorta nel 1666.

La tipologia del volto di Maria con il bambino sospesa sulle nubi tra angioletti ricorda le Madonne baroccesche segnatamente nel Martirio di San Sebastiano della Cattedrale di Urbino, oltre a quelle di Claudio Ridolfi. Nella parte bassa rivolgono lo sguardo estasiato alla Vergine i quattro Santi, le cui imponenti figure occupano il primo piano: da sinistra San Francesco d'Assisi, San Biagio in abiti vescovili recante vistoso pastorale e con il pettine, riferito al suo martirio; sull'altro lato Sant'Antonio di Padova con volume rosso e gigli, di fianco al quale Sant'Antonio Abate con il consueto bastoni a T; sul fondo si apre uno squarcio con paesaggio.

Anna Fucili

URBINO
Itinerario francescano

Federico Barocci, attr.

Beata Michelina in estasi

bozzetto per il dipinto della Pinacoteca Vaticana

1606 circa

olio su tela, cm 130x97

Museo Albani
 

Il dipinto è di mano di Federico Barocci, artista nato ad Urbino tra il 1528 e il 1535, considerato uno dei precursori del Barocco. Dopo la carriera iniziale a Roma, ispirato da Raffaello, si ritirò nella città natale sotto la protezione di Francesco II Maria della Rovere, duca di Urbino e qui rimase sino alla morte avvenuta nel 1612, mantenendo comunque sempre alto il suo livello inventivo. La Beata Michelina funge da abbozzo preparatorio per il dipinto della Pinacoteca Vaticana, una delle ultime opere eseguite dal pittore, ed è indirizzato allo studio del colore: si tratta cioè di un modello non rifinito che in genere un artista realizza per lo studio e la progettazione di un’opera prima di eseguirla in maniera definitivaLa donna rappresentata in primo piano è Michelina Metelli, la quale era andata sposa ad un Malatesta, ma, a soli vent’anni, aveva perso il marito e l’unico figlio. Divenuta allora terziaria francescana, si dedicò completamente alla cura dei malati e dei miseri, venendo a morte nel 1356. La Beata è inginocchiata sul monte Calvario ed il luogo si riferisce ad un momento preciso della vita della santa, in quanto ella riuscì a raggiungere la Terrasanta in compagnia della sorella Sira e a recarsi a Gerusalemme: sul Calvario, un giorno, rapita in estasi, ebbe la visione del Salvatore che le parlò. L’estasi è partecipe di tutta la scena tanto da notarsi in ogni particolare, resa evidente dalle vibrazioni cromatiche declinate sul grigio, il tabacco e il bianco; le nubi, attraversate da mille sfumature rosate e gialle, evocano una pura gestualità emozionale.

 

Giannandrea Lazzarini (Pesaro 1710-1801)

Beata Serafina Sforza

1783

tela, cm 136x91

firma e data sul retro Io Andreas Can: Lazzarini pinx: anno Do: 1783

Museo Albani, da Cattedrale di S. Maria Assunta

restauro con i contributi di 8x1000 alla Chiesa cattolica

 

Il dipinto raffigura Sveva di Montefeltro (1434-1478), sorella di Federico di Montefeltro e figlia di Guidantonio di Montefeltro, una delle protettrici della città di Pesaro. Dopo esser entrata nell’ordine delle clarisse, cambiò il proprio nome in Serafina, a cui si accosta il cognome del marito, Alessandro Sforza, signore di Pesaro. Nell’opera del Lazzarini, la Beata, canonizzata da Benedetto XIV nel 1754, appare in deliquio estatico, “colpita” dalla luce di Cristo, che la illumina. L’autore della tela è l’abate Giovanni Andrea Lazzarini, pittore, architetto e scrittore di cose d’arte del Settecento pesarese che, formatosi artisticamente a Roma, fu responsabile della creazione in patria di una scuola molto frequentata. Degno di menzione è il ruolo dell’erudito nella riflessione artistica, che ebbe un ascolto nel panorama nazionale, come il suo contributo nell’introduzione del classicismo nelle Marche, di cui l’opera è chiara testimonianza.

L'iscrizione apposta sul retro della tela indica l'autore, la data di esecuzione della tela, e chiarisce il ruolo di Canonico della Cattedrale di Pesaro, a cui Lazzarini ebbe accesso nel 1777.

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